Cultura in Basilicata: una riforma necessaria

Dire la propria, contribuire al dibattito pubblico, spronare le istituzioni a lavorare in maniera adeguata per rafforzare le politiche di sviluppo della cultura e della creatività. Sono queste le motivazioni che mi hanno spinta a partecipare alla discussione sul futuro di Matera. Grazie a Cronache Lucane per ospitare gli interventi e allo stimolo dell’avvocato Vincenzo Santochirico che si è lasciato suggestionare dal dissacrante scrittore inglese, Tibo Fisher, e dal suo aforisma cinico e provocatorio: “Non abbiamo quasi alcun controllo su quello che accade. Solo qualche leggera influenza”.

Sperando che la cultura e gli operatori culturali possano avere sempre maggiore influenza, intervengo qui sia nelle vesti di operatrice culturale, sia in veste di testimone del processo di Matera 2019.

Osservando processi culturali partecipati, dal progetto regionale Visioni Urbane del 2008, in cui affondano le radici di Matera 2019, ad oggi, emergono all’occhio alcuni elementi: non aver colto l’opportunità di rafforzare il settore per accrescere l’offerta e la produzione culturale sul territorio;
la distanza abissale tra un modo di concepire e produrre cultura durante Matera 2019, basato sulla co creazione e sulle persone, considerate come infrastrutture, che ha dato modo anche agli operatori di mettersi in gioco, e un mondo politico e burocratico autoreferenziale, inadeguato, novecentesco.

Legislatori distratti, bilanci regionali provvisori, vacuità politica, assessori alla cultura da troppi anni inesistenti e un tessuto istituzionale lacerato da vanità, invidie e tossine di varia natura hanno contribuito a non avere una visione strategica e attuativa per consolidare l’industria culturale e creativa della Basilicata, che oggi più di ieri ha un ruolo di mobilità sociale.

Dall’antiquata legge 22 del 1988 dedicata alle attività culturali, che ha istituzionalizzato il clientelismo, il settore dello spettacolo, solo nell’anno 2014, è quello che, per volontà e autodeterminazione dei suoi protagonisti, ne ha tratto un relativo beneficio con l’approvazione delle Legge 37.

La miopia del legislatore e dei suoi burocrati, oltre alla legge 37 sulla promozione dello spettacolo e la Legge 27 del 2015 sulla valorizzazione del patrimonio, non ha favorito un rafforzamento e un consolidamento anche per le altre discipline del mondo culturale lasciate sepolte nella legge 22. Divulgazione scientifica, approfondimento culturale, arte contemporanea, che poi sono alla base della costruzione di un pensiero critico, non sono contemplate, se non in maniera eventualmente indiretta attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale che guarda solo l’ombelico della propria identità locale.
Per la promozione culturale non c’è ombra di intervento serio, se non un finto avviso autunnale in cui valutazione, esiti comunicati a consuntivo e regole di assegnazione non hanno nessuna trasparenza amministrativa.

Il Festival letterario, che abbiamo fondato nel 2004, il Women’s Fiction Festival, solo per fare un esempio, unico nella sua formula, che crea lavoro e produzioni culturali al femminile, scopre talenti e promuove la scrittura e la lettura, drenando anche risorse private nazionali, è stato definanziato, equiparato ad una sagra e offeso dall’amministrazione regionale che, per legge, dovrebbe invece favorire dialogo e sviluppo. Eppure alcune scoperte letterarie del WFF oggi hanno importanti contratti con le più importanti case editrici italiane e con produzioni televisive nazionali, non ultimo proprio “Le indagini del commissario Lolita Lobosco”, scoperta del WFF finita sulla rete ammiraglia Rai 1. Solo uno dei tanti esempi che si potrebbero citare.

Per lo spettacolo, dopo il finanziamento della legge 37, sono state decurtate le risorse già assegnate agli operatori, non sono stati presentati i piani delle annualità 2020 e 2021 e i riflettori si sono completamente spenti, ma non solo a causa della pandemia. Neanche uno straccio di intervento ristorativo è stato pensato, e il grido di denuncia degli operatori è straziante.

La politica culturale in Basilicata, prima, durante e dopo Matera 2019, non è stata concepita a supporto di un nuovo modello di innovazione sociale che ha puntato molto sulla co creazione, la coesione, l’accesso alla cultura e il welfare di comunità.
Oggi, dopo Matera 2019, altre alla Cava del Sole, all’Open Design School riconosciuta a livello internazionale, la vera eredità da capitalizzare è il patrimonio di consapevolezza, conoscenza e competenze diffuse sul territorio.
Puntare all’enpowerment delle persone, concepire la cultura come fattore abilitante per la comunità in cui viene ribaltata la concezione elitaria dello spazio culturale, dove si formano nuove identità contaminate con la diversità sviluppando il benessere individuale, deve essere il nuovo paradigma.

I legislatori dovrebbero vederci come acceleratori di questi processi, agenti di cambiamento per un nuovo welfare culturale e sociale, come ha affermato anche la consigliera Dina Sileo, includendoci, favorendo tavoli tematici sulle politiche culturali.

La riforma del settore dovrebbe essere affidata a figure inclusive, che sappiano realizzare un riordino normativo e promuovere l’istituzione di una legge comprensiva di tutti i comparti, che contempli una programmazione triennale con piani annuali approvati e finanziati in tempi adeguati, con valutatori esterni (come fanno altre regioni) e il finanziamento continuo anche per la Fondazione Matera Basilicata 2019, come ha fatto Malta per La Valletta.

Prevedere un Fondo per la Cultura da iscriversi nel bilancio pluriennale della Regione, in cui confluiscano le risorse finanziarie nazionali, comunitarie, o provenienti da altri enti pubblici e privati.
Una legge che prenda linfa da una visione di sistema culturale multidimensionale per dare la possibilità ad artisti, creativi, professionisti e operatori culturali di liberare completamente il loro potenziale.

Articolo di Mariateresa Cascino pubblicato su Cronache Lucane sabato, 8 maggio 2021